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Storia delle miniere Ad occidente dell'isola di San Pietro, già in tempi remoti, si scoprirono i minerali di manganese, ricercati per uso metallurgico e per la produzione di vernici. In località Capo Rosso e Capo Becco fu scoperta la maggiore quantità di questi minerali, rappresentata nelle cosiddette ocre di manganese. Il primo che s'interessò all'estrazione massiva del minerale fu Pietro Chareyze che, il 20 ottobre 1873, ottenne la concessione per una superficie di 110 ettari e iniziò i lavori di coltivazione negli affioramenti mineralizzati.
Nel 1877 la proprietà della miniera di Capo Becco passò a Edmondo Piot, già proprietario della concessione della vicina miniera di Capo Rosso. Per rendere profittevoli i suoi rapporti d'affari con commercianti marsigliesi di stoviglie e coloranti, egli fece costruire due forni in modo da poter lavorare il minerale in loco. Tali impianti si rivelarono ben presto inadatti e il Piot si vide costretto ad inviare in Francia il minerale non trattato, con un aumento considerevole dei costi di trasporto. Nel 1894 Edmondo Piot fallì e i diritti sulla concessione passarono ad Alberto Chapelle. Anni dopo la concessione passò alla famiglia Bellegrandi: sotto questa proprietà la miniera di Capo Becco ottenne una grande rilevanza nello scenario economico dell'isola di San Pietro e sorse anche il semplice villaggio destinato ad ospitare i lavoratori che non rientravano in paese al termine della giornata lavorativa; l'abitato sorse in vicinanza degli scavi a giorno della miniera. Nel 1918 fu costruito un semplice impianto di trattamento delle ocre in località Macchione. Nel 1921 la famiglia Bellegrandi cedette la concessione e gran parte dei terreni delle miniere di Capo Becco e Capo Rosso alla Compagnia Mineraria di Capo Rosso, costituita a Roma. Questa società ammodernò l'esistente impianto di Macchione e progettò la costruzione di un colorificio, ma quest'ultimo non fu mai realizzato.
Nel 1932-35 il subentro del tedesco Otto Kassel permise una ripresa della miniera anche con la riapertura dei cantieri Millelire ed Ernesto. Con l'avvento del regime fascista, nel 1937, la miniera passò all'AMMI, Azienda Minerali Metallici Italiani, ma l'Ente, nonostante le grandi possibilità minerarie del luogo, continuò a mostrare scarso interesse. Nel 1950 la Kassel rilevò la miniera e riprese i lavori nei cantieri a picco sul mare ma, solo dopo due anni i beni e la concessione furono ceduti ad un dipendente, Eraldo Uccheddu che, con una gestione di tipo familiare continuò i lavori fino al 1977, anno di chiusura definitiva.
Come arrivare alla miniera di Capo Becco Da Carloforte si costeggiano le saline e si svolta a destra ad un incrocio in direzione di Capo Sandalo. Dopo qualche chilometro, sulla destra, sono visibili i resti degli impianti in località Macchione. Dopo circa 6 km dall'incrocio si giunge in località Le Tanche; qui si svolta a sinistra su una strada sterrata che puņ essere percorsa in auto, con attenzione visto lo stato del fondo, per circa un km e mezzo. Qui si trova uno sbarramento rappresentato da una catena quindi occorre procedere a piedi per circa 300 metri per raggiungere i cantieri e il villaggio.
I cantieri e il villaggio della miniera di Capo Becco Il villaggio è proprietà privata e abitato soprattutto nel periodo estivo. Esso si affaccia sulle ripide scogliere e a destra dello stesso è possibile vedere gli imponenti scavi a cielo aperto e i multicolori banchi delle ocre di manganese. I banchi erano fatti brillare con la dinamite e ai piedi degli stessi era raccolto il minerale interessante, eliminando lo sterile. Una teleferica permetteva il trasporto del minerale ai silos costruiti nei pressi di un approdo per le chiatte che portavano lo stesso a Carloforte. Furono scavate anche gallerie ma l'abbondanza d'acqua rendeva problematica la coltivazione in sotterraneo. Alcune case del villaggio appaiono ristrutturate ma sembra sia mancata completamente la volontą di mantenere memoria di cosa sia stato questo abitato: il vecchio motore del generatore di corrente è stato abbandonato sul ciglio della scarpata e un bel pannello strumenti in marmo giace appoggiato e danneggiato sul retro di una casa. Passeggiando nei cantieri è possibile vedere i resti della teleferica e più in basso i ruderi dei silos. Sono state trovate anche diverse gallerie ma tutte franate e impossibili da visitare.
La miniera di Punta Nera In località Punta Nera è possibile vedere i resti della omonima miniera di manganese. Raggiungerla è semplice: da Carloforte si procede verso SUD seguendo le indicazioni per Le Colonne. Dopo circa 5 Km si trova un bivio sulla sinistra che porta alla spiaggia di Punta Nera. Trovare gli impianti è facile poiché la grande torre in trachite del pozzo d'estrazione svetta inconfondibile. Degli impianti non resta molto: una costruzione che probabilmente ospitava dei motori, un'altra contraddistinta da archi e la torre del pozzo. Il pozzo è messo in sicurezza da un muro di mattoni che sbarra l'accesso allo stesso. È possibile trovare informazioni sulle miniere in SANDRO MEZZOLANI, ANDREA SIMONCINI - Sardegna da salvare. Paesaggi e Architetture delle Miniere - Editrice Archivio Fotografico Sardo, Nuoro 1993 Il testo e le fotografie sono di Alessandro Usai. Puoi anche consultare la sua pagina sulla miniera di Argentiera. La mappa IGM: 563-I Visita questa miniera Vota questa miniera Questa pagina č stata visitata 5178 volte | |||
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