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(Miniere di Sulcis)
Miniera di Bacu Abis - Cortoghiana - Caput Acquas - N. Figus

Miniera di
Sulcis

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Il giacimento di combustibili fossili del Sulcis venne probabilmente scoperto dal Sig. Ubaldo Millo nel 1851 in prossimità del paese di Gonnesa; lo stesso anno il generale Alberto Lamarmora rivendica la scoperta del giacimento nel suo libro "Voyage en Sardaigne" parlando per la prima volta di Lignite eocenica.

Nel Maggio del 1853 la concessione Bacu Abis è affidata alla Società Millo intitolata TIRSI-PO.

Nell'anno 1854 vengono estratte le prime 150 tonnellate di carbone; la miniera ebbe una produzione discontinua fino al 1871, anno in cui la concessione fu affidata all'Ing. Anselmo Roux che nel 1873, costituì la Società Anonima proprietaria della Miniera di carbone di Bacu Abis in Sardegna. In tale periodo la lignite estratta nella limitrofa miniera di Funtanamare veniva utilizzata per alimentare le caldaie e per muovere gli impianti delle laverie di Monteponi.

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Nell'ultima decade dell'800 si ebbe un graduale aumento della produzione, con picchi annui di 15.000 tonnellate; la coltivazione avveniva a cielo aperto lungo il contatto tra il lignitifero eocenico ed il basamento paleozoico.

Nella miniera di Bacu Abis a partire dal 1885 si succedettero ben 3 laverie:

Per volere di Anselmo Roux, nel 1885 entrava in funzione una laveria con annessa fabbrica per la fabbricazione di mattonelle piriche destinata ad utilizzare il carbone minuto che non trovava una collocazione nel mercato indutriale. Questa struttura sorgeva a circa 3-400 metri dalla fermata di Bacu Abis sulla Ferrovia di Monteponi.

Il carbone minuto che risultava inquinato di materie terrose e scistose subiva una prima preparazione meccanica consistente in classificazione per grossezza, arricchimento ai crivelli e frantumazione minuta.

Successivamente il materiale veniva essiccato mediante forno a ritorno di fiamma, quindi un rimescolatore (malaxeur) che mescola il materiale con catrame proveniente da 2 forni di distillazione.

Infine il miscuglio passava per una macchina agglomeratrice e per una pressa da 265 kg/cmq per realizzare mattonelle da 2 kg ciascuna.

Queste strutture rimasero operative fino al 1898 quando l'Ing. Roux ritenendole ormai inadeguate le ampliò.

La laveria era composta da un corpo principale di 3 piani e da uno secondario che ospitava le motrici. All'esterno un camino fumi in mattoni alto 23 metri.

Nel 1915 la Società mutava il nome in Società Anonima di Bacu Abis ampliando l'esercizio e lo sfruttamento delle miniere di Bacu Abis, Cortoghiana, Caput Acquas e dei permessi limitrofi. Fino a questo periodo il carbone veniva trasportato mediante l'utilizzo di carra buoi; nel 1916 iniziarono i lavori di posa dei binari di una decauville per il trasporto del carbone all'imbarco. Con la decauville venne inoltre progettata una rimessa per le Locomotive con annessa officina meccanica.

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In questo periodo l'attenzione di tutta la Nazione è richiamata sul bacino carbonifero di Bacu Abis; il gas ottenuto col carbone di Bacu Abis e di Caput Acquas viene comparato per quantità e qualità a quello ottenuto con gli ordinari carboni fossili inglesi. Su intercessione dell'Onorevole Roth, deputato del collegio di Alghero, il Governo adotta alcuni provvedimenti che consentono un maggior sviluppo dei lavori nelle miniere di Bacu Abis. La lignite di Bacu Abis seppur caratterizzata da un elevato contenuto in zolfo presentava un alto potere calorifero.

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In virtù dei provvedimenti governativi le miniere ricevettero un nuovo impulso sotto la guida dell'imprenditore Avv. Sorcinelli, il quale investì nuovi capitali nell'ammodernamento degli impianti; Venne iniziato lo scavo di alcuni pozzi in ausilio delle discenderie, tra i quali uno chiamato Emilio in nome del banchiere romano Emilio Paoletti, e un altro Roth in omaggio al parlamentare; verranno costruiti anche il Pozzo Impero e il Pozzo Nuovo. L'attività estrattiva ebbe notevoli ripercussioni anche sul tessuto economico locale a vocazione agropastorale; nacquero intorno ai nuovi pozzi i villaggi minerari di Caput Acquas, Cortoghiana, Sirai seguiti in tempi moderni da Serbariu e Nuraxi Figus.

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Dopo il primo conflitto bellico la concorrenza dei carboni esteri rese assai difficile il collocamento sul mercato del carbone di Bacu Abis; fu questo l'inizio della crisi mineraria. I prezzi dello zinco, del piombo, dell'antimonio e degli altri metalli precipitarono, le Società minerarie risposero alla crisi licenziando migliaia di minatori.

Nel 1932 la situazione delle miniere di Bacu Abis risultava insostenibile soprattutto a causa degli ingenti debiti pregressi e perciò il 6 aprile 1933 gli amministratori della Società presentarono al Tribunale di Roma domanda ufficiale di fallimento.

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Il bacino carbonifero dopo il '35

La concessione passò alla Società ARSA, la quale rilevò tutti i centri estrattivi sulcitani ad eccezione di Terras Collu, Culmine e Funtanamare che erano gestite dalla Monteponi.

Nel 1935 venne costituita l'Azienda Carboni Italiani che avviò una serie di campagne di ricerca, costruì nuovi impianti e laverie, potenziò i servizi connessi all'attività mineraria. Per consentire l'alloggio delle maestranze venne decisa la costruzione di una nuova città: Carbonia, destinata ad ospitare non meno di 25.000 persone ed inaugurata da Mussolini il 18 dicembre del 1938.

Questo fu anche l'anno dell'apertura delle miniere di Tanas, Serbariu, Vigna, Nuraxeddu e dell'ampliamento di quella di Bacu Abis. Per quanto riguarda Nuraxeddu, il suo pozzo era ubicato dove oggi si trovano le strade del PIP di Carbonia e faceva parte della concessione di Sirai (vedi scheda). Prima di diventare un cantiere di Serbariu veniva chiamato Nuraxeddu Vecchio, ma poi alla chiusura venne smontato e montato nella miniera di Candiazzus (Fluminimaggiore).

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Nel 1936 il vecchio impianto di vagliatura e cernita venne trasformato in laveria gravimetrica della capacità di trattamento di 60-70 ton/ora, completata da un doppio silos di testa capace di 1000 ton di rinfuso. Veniva inoltre realizzato un piano inclinato per lo sterile e aumentati i binari del raccordo ferroviario alla base della laveria dotandoli anche di una grande banchina.

Il funzionamento della nuova laveria era il seguente:

I vagoni che trasportavano il rinfuso venivano pesati e passavano ad un rovesciatore meccanico che riversava il grezzo all'interno di 2 silos da 500 ton ciascuno.

Tramite un elevatore a cassette il carbone veniva portato al piano più alto della laveria e scaricato su una griglia da 50 mm.

Il +50 mm veniva cernito a mano su un nastro di gomma che permetteva di ottenere il carbone commerciale, uno sterile da spedire mediante vagoni in discarica e un misto che subiva un nuovo processo di frantumazione, vibrovagliatura per ottenere le classi 0-10, 10-20, 20 -50 mm per ulteriore lavaggio.

Il -50 mm con le altre classi subiva il lavaggio mediante crivelli ad acqua a 2 scomparti (tipo Meguin e Marchegger), vagli rotanti e vibrovagli, fino ai silos di spedizione.

Alla fine del processo si ottenevano le classi commerciali 5-10, 10-20, 20-30, 30-50 mm che venivano inviati attraverso 2 nastri di caricamento sui vagoni ferroviari (Ferrovie Meridionali Sarde) per essere trasportate al porto d'imbarco di Sant'Antioco.

Nel '36 si ottennero 142.000 ton di carbone commerciale di varie pezzature. Di queste circa 84.000 furono inviate in continente.

Negli anni '40 il secondo conflitto bellico innescò una nuova crisi anche a causa della difficoltà di esportazione del carbone. Negli anni '50 il calo produttivo dei centri minerari di Serbariu (vedi scheda) e Bacu Abis rappresentava il preludio per la loro completa chiusura; diversamente, con la miniera di Seruci (vedi scheda) si apriva una nuova fase nell'attività estrattiva. Qui lo strato carbonioso si presentava suborizzontale permettendo una più facile estrazione meccanizzata. Negli anni'60 avvenne la nazionalizzazione delle fonti energetiche, le miniere passarono all'ENEL,e si iniziò a puntare sul petrolio come unica fonte di energia.

La dipendenza totale dal petrolio presentava però aspetti negativi legati alle crisi internazionali, onde per cui nel 1978 nacque la Carbosulcis (ENI) per la riapertura delle miniere di Seruci e Nuraxi Figus, tuttora in produzione. Qui prosegue l'attività di estrazione della lignite con l'impiego di moderni mezzi e tecnologie; vi si trovano due pozzi, una laveria e la grande rampa di accesso all'immenso sottosuolo (oltre 100 km di gallerie).

Nel 1996 la Regione Sardegna prese in carico la proprietà della Carbosulcis, con la finalità di guidarne la "transizione" verso la privatizzazione. Le possibilità di sfruttamento del carbone del Sulcis sono legate al progetto di gassificazione ed alla realizzazione di una nuova centrale elettrica che alimenti le industrie di Portovesme; una nuova asta per l'acquisizione della Carbosulcis andò deserta nel 2006.

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Segnaliamo qui di seguito il numero di telefono del centralino della Carbosulcis operante presso la miniera di Nuraxi Figus: 0781-4921

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Caratteristiche del Carbone Sulcis

Classificazione americana in funzione de grado di impurità: Antracite, Bituminoso, Sub-bituminoso, lignite.

Carbone sub-bituminoso a lunga fiamma

Umidità: 10,5%

Materie volatili: 39%

Ceneri: 16%

Carbonio fisso: 52,5%

Zolfo: 6,06%

Potere calorifero: 5000-6000(kcal/kg)


Concessioni minerarie:

Il bacino minerario del Sulcis comprende le seguenti miniere: Sebariu, Piolanas, Caput Acquas, Cortoghiana, Nuraxi Figus, Bacu Abis, Terras Collu - Porto Paglia, Seruci.

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Altre vecchie concessioni citate da Q. Sella:

Funtanamare (o Fontanamare): miniera accordata in concessione al Sig. Angelo Nobilioni di Iglesias nel 1868 per una estensione totale di 255 ettari.

Terras de Collu: miniera accordata in concessione alla Società Timon-Varsi nel 1853 per una estensione totale di 400 ettari.In tempi recenti la Soc. Montevecchio-Monteponi si occupò dell'area (vedi scheda).

Terra Segada (vecchie esplorazioni - vedi scheda Caput Acquas).

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Il porto di Sant'Antioco

Il porto di Sant'Antioco, venne inaugurato nel '38. il Carbone Sulcis attraverso la linea delle Ferrovie Meridionali Sarde (FMS) prendeva una diramazione verso la centrale di Santa Caterina e poi il braccio per “S.Antioco ponti”, dove avveniva il carico dalla banchina alle navi attraverso Gru (vedi foto sotto).

Negli anni dell'autarchia il porto di sant'Antioco fu uno degli scali merci con maggiori movimentazioni in Italia. Fu per lungo tempo il terzo scalo italiano per tonnellate movimentate dopo Genova e Napoli. Le grosse gru rimasero sino ai primi anni '60 fino a quando furono smantellate per lasciare posto a quelle gommate. Finito il trasporto del carbone il porto rimase attivo per la movimentazione di vari minerali estratti in Sardegna, principalmente barite e sale prodotto nella limitrofa salina dai primi anni '60. Ulteriore perdita di movimentazione si ebbe dal '77 in poi, con l'apertura dello scalo di Oristano che pian piano finì per soppiantare completamente lo scalo di Sant'Antioco.

Per quel che riguarda la movimentazione di merci e lavorati industriali, in porto sulla sponda occidentale esisteva da tempi immemori un impianto di distillazione del carbone dal quale si ottenevano tutti i derivati, dai bitumi alle benzine. I resti dei pontili in ferro erano ancora visibili sino ai primi anni '90, così come il fabbricato degli uffici e i basamenti delle cisterne. Nello stesso sito nel '58 venne edificato lo stabilimento Sardamag (lavorazione di acque salate per ottenere osssido di magnesio) e impiantata la grossa cava di "Mont'e su Sennori".

Sulle banchine del porto invece venne edificato lo stabilimento della Baroid International spa, proprietaria di diverse miniere. Lo stabilimento sorse sempre nel decennio '50 e rimase in produzione sino a fine anni '70 lavorando le bariti sarde. Ad oggi, purtroppo, il porto risulta attivo solo per l'imbarco del sale, e poche altre movimentazioni.

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Bibliografia

Rivista del Servizio Minerario.

Relazione sul Servizio Minerario, anno 1936.

Società Anonima Bacu Abis "Il Carbone Fossile di Bacu Abis", 1926.

MEZZOLANI SANDRO e SIMONCINI ANDREA "Sardegna da Salvare. Storia, Paesaggi, Architetture delle Miniere" - VOL XIII. Nuoro, Ed.Archivio Fotografico Sardo, 2007.

SELLA QUINTINO "Relazione sulle condizioni dell'industria mineraria in Sardegna", 1871.

Carta Geologica 1:25.000 Iglesias, Foglio 233, 1938.

Carta Geologica della Sardegna 1:200.000, 1997.

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