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(Miniere di Iglesias - Gonnesa)
Miniera di Genna Luas

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La Storia

La miniera di zinco e ferro di Genna Luas costituiva, con la vicina Funtana Perda, un cantiere meridionale della più importante miniera di Campo Pisano negli anni 1964-65.

La miniera fu preparata scavando, a letto del giacimento il Pozzo Morra, la cui realizzazione iniziò nel 1966 e fu completata nel 1969 con la costruzione del castelletto in ferro; fu poi installato un argano di estrazione a due tamburi della potenza di 40 cv, per poter trasferire a giorno i vagoni carichi di materiali che venivano ingabbiati al livello base.

La costruzione delle strutture minerarie di collegamento sotterraneo tra il Pozzo n°1 di Campo Pisano e l'area di Genna Luas ebbe inizio nel 1965, con lo scavo della Galleria Rolandi a quota 90 m che, dopo un percorso di 2,7 km, raggiungeva il pozzo di Genna Luas alla quota di 102 m.

Gli impianti della miniera erano costituiti da:

Il Pozzo Morra, profondo 135 m. a sezione circolare, del diametro di 6 m., rivestito in laterizi, con passaggio di sicurezza laterale;

Il Castelletto esterno, in ferro, di altezza pari a 22 m.;

I Fabbricati adiacenti al pozzo, consistenti in spogliatoio e uffici, officina manutenzioni, magazzino di cantiere, sala argano, locale cabina elettrica;

Le Gallerie principali ai livelli +90 m, +143 m, +183 m;

Le Gallerie di sottolivello.

Il Giacimento

La miniera di Genna Luas coltivava i corpi minerari ubicati lungo una grande faglia di carattere regionale, di direzione N-S.

I solfuri di zinco e ferro, la blenda e la pirite costituivano i minerali fondamentali, a cui erano associati cadmio, rame, piombo, nichel.

Tutti i minerali erano insediati in un grosso nucleo di rocce dolomitiche, a sua volta inglobate all'interno della cosiddetta "formazione delle arenarie" di età cambriana.

Nel giacimento, insieme alle mineralizzazioni a solfuri primari, erano presenti minerali secondari, formatisi per ossidazione e trasformazione dei primi, sia nelle parti prossime all'affioramento, sia in profondità.

Gli ossidati venivano chiamati dai minatori "calamine"; queste a Genna Luas, contenevano limonite e altri ossidi di ferro. Erano inoltre presenti Idrozincite (Carbonato di Zinco), Cerussite (Carbonato di Piombo), Cinabro (Solfuro di Mercurio) e minerali di rame.

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Il sottosuolo e lo sfruttamento del giacimento

Lo sfruttamento del giacimento iniziò nel 1977 con il metodo dei sottolivelli discendenti. Qualche anno dopo il livello 143 fu dotato di una rampa inclinata di collegamento con l'esterno, denominata rampa di M.te Palmas.

Un grande problema di sicurezza per i minatori era costituito dalla ossidazione della pirite, che avviene con reazione esotermica e con sviluppo di anidride solforosa, rendendo invivibile l'atmosfera del sottosuolo. A questo fenomeno si tentò di rimediare con la perforazione di un fornello di ventilazione che mise in comunicazione l'estremità Nord del livello 147 con l'esterno; il fornello, lungo 97 m, fu il primo nella storia delle miniere Iglesienti scavato con la tecnica dell'alesaggio in risalita del perforo, il Raise Borer (tale macchina permetteva lo scavo verticale di un fornello di collegamento fra 2 livelli, senza l'utilizzo delle mine).

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Le coltivazioni a cielo aperto

Lo sfruttamento (a cielo aperto) dello scavo iniziò con il disboscamento dell'intera area corrispondente alle mineralizzazioni; difatti per liberare la zona di intervento dagli alberi, dal terreno superficiale e dal cappellaccio di ossidazione si sacrificò un meraviglioso bosco di querce ed una notevole quantità di terreno agrario, ormai non più recuperabile in quanto sepolto sotto la discarica e contaminato da metalli pesanti.

Per ciò che riguarda il minerale estratto, quello che presentava percentuali elevate di pirite veniva trasferito nel cumulo di stoccaggio a Nord Est dello scavo; se invece prevaleva la percentuale in zinco il tout venant veniva trasportato all'impianto di flottazione di Campo Pisano. In sostanza, il minerale da arricchire prodotto in sottosuolo, veniva trasportato alla flottazione di Campo Pisano su vagoni trainati da un locomotore, lungo il Livello Rolandi (galleria 90), mentre le porzioni non mineralizzate o ritenute tali, venivano estratte attraverso il pozzo di Genna Luas e gettate in discarica.

Nel 1980 iniziò lo sfruttamento "a rapina" delle parti più ricche e facilmente asportabili del giacimento, rinunciando a qualunque intervento di messa in sicurezza delle pareti dello scavo, finché nel mese di settembre, con la sospensione di tutti i lavori si concluse la fase produttiva della miniera. E' evidente che Genna Luas fu un cantiere annesso alla miniera di Campo Pisano, dalla quale dipendeva per i rifornimenti di acqua, aria compressa, energia elettrica, servizi, disponibilità di personale, e non di una miniera a sé stante.

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Alla fine degli anni '80 quando l'ENI gestiva molte delle miniere dell'Iglesiente, del Sulcis e gli stabilimenti metallurgici di Porto Vesme e San Gavino, nacque il progetto della realizzazione di una discarica per lo stoccaggio dei rifiuti provenienti dai processi metallurgici del piombo e dello zinco da sistemare nel grande scavo della miniera di Genna Luas. I lavori per la realizzazione della discarica iniziarono nel 1998 e si conclusero nel 2001 rendendo il sito pronto per lo stoccaggio dei rifiuti solidi industriali provenienti dagli stabilimenti metallurgici di Porto Vesme e San Gavino Monreale.

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A tutt'oggi la discarica è gestita dalla Portovesme Srl che ha rilevato gli impianti metallurgici dell'ENI.

Dal 2008 nei locali adiacenti al castelletto del Pozzo Morra è ubicato il Museo della Civiltà Mineraria gestito dall'Associazione per il Parco Geominerario.


Questa pagina è stata realizzata con la collaborazione dell'Ing. Pierpaolo Medda.


Bibliografia

SELLA QUINTINO "Relazione sulle condizioni dell'industria mineraria in Sardegna" 1871.

MEZZOLANI SANDRO e SIMONCINI ANDREA "Sardegna da Salvare. Storia, Paesaggi, Architetture delle Miniere" VOL XIII. Nuoro, Ed.Archivio Fotografico Sardo, 2007.

Carta Geologica 1:25.000, Foglio 233 Iglesias, 1938.

Carta Geologica della Sardegna 1:200.000, 1997.

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