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Carl Gustav Mandel

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Carlo Gustavo Mandel

(Morì nel 1759)

Durante il regno di Carlo Emanuele III, l'ingegnere minerario svedese Carlo Gustavo Mandel era console di Svezia in Sardegna. Tra il Regno di Sardegna e la Svezia in quel tempo vi erano intensi rapporti commerciali, infatti la Svezia forniva a questo ferro e cannoni ricevendo in pagamento sale marino.

Nel 1740, il Mandel in società con l'inglese Carlo Brander, e con il tedesco Carl von Holtzendorff ottenne la concessione per costruire nell'Isola una fonderia per sfruttare i minerali piombo-argentiferi locali.

La Società Generale delle Miniere di Sardegna costruì la "Karl's Hutte"; Fatti arrivare dall'Harz tedesco un centinaio di minatori e mineralurghi guidati da Christian Bose, la società iniziò a fondere le galene argentifere dei filoni dell'Arburese del Guspinese, utilizzando, come fondenti, le antiche scorie metallurgiche di Domusnovas. Dopo un breve periodo tranquillo, iniziarono per il Mandel i guai.

L'ubicazione della fonderia nelle vicinanze di Villacidro si rivelò un errore, infatti il rio Leni, dal quale con una canaletta di derivazione veniva prelevata l'acqua per il movimento dei mantici dei forni, e dei mulini a piloni, non si mostrò adeguato in quanto andava in secca dalla primavera all'autunno inoltrato; la stessa località dove erano stati costruiti gli stabili della fonderia si rivelò altamente malarica, per cui già dopo il primo anno erano morti di malaria una cinquantina di lavoratori tedeschi. Di più i lavoratori tedeschi, che venivano pagati periodicamente in moneta sonante erano frequentemente soggetti a grassazioni e rapine da parte della delinquenza locale che giunse perfino a bruciare vivi, una squadra mentre dormiva in una baracca, forse in preda al vino al quale si erano rivolti per cercare un qualche conforto alla pessima accoglienza ricevuta in quel paese straniero. Un caporale minatore fu fatto saltare in aria per aver rimproverato alcuni minatori sardi; inoltre l'economo della fonderia che aveva declassato una partita di galena alla quale fraudolentemente, dai carradori, era stato aggiunto dello sterile per aumentarne il peso, venne invece sgozzato. Essendosi poi ritirati dalla società sia il Brander che l'Holtzendorff, il Mandel si vide costretto ad associare due finanziatori ebrei Lopez e Pinchiero, che instaurarono nella fonderia un clima di sfruttamento intollerabile.

A seguito poi di un incidente diplomatico che lo contrappose, come console di Svezia, all'Intendente Generale del Regno, i suoi rapporti con l'establishment burocratico piemontese peggiorarono al punto che questo accusandolo di frodare il fisco, pose in essere il procedimento per farlo decadere dalla concessione. Mentre la pratica era in itinere, il Mandel moriva, nel 1759 per "febbri lente". Nel periodo che intercorse tra la morte del concessionario e l'arrivo nell'Isola della persona incaricata, dall'Ispettore Generale delle Miniere degli Stati Sardi Spirito Benedetto Nicolis di Robilant, di gestire per conto dell'Intendenza Generale del Regno la Fonderia, questa fu gestita interamente dall'Avvocato Fiscale Regio don Antonio Vincenzo Mameli d'Olmedilla, che dal Mandel stesso era stato nominato suo esecutore testamentario.

Fu l'ingegnere minerario Giovanni Rolandi nella sua importante storia della "Metallurgia in Sardegna", pubblicata nel 1971, a rendere giustizia al Mandel, più di due cento anni dopo. Il Rolandi infatti in questa documentatissima pubblicazione, sulla base degli antichi dati dell'Intendenza Generale, reperiti negli Archivi di Stato di Torino e di Cagliari, interpretati e valutati alla luce della sua grande esperienza di metallurgista del piombo e dell'argento, potè dimostrare che il Mandel, non solo non aveva truffato il fisco, ma anzi che questo aveva introitato dal concessionario più di quanto il fisco stesso avesse poi ricavato, dopo la sua morte, con la gestione pur oculata dell'ufficiale savoiardo Pietro Belly, dal 1760 al 1788.


Questa scheda è stata realizzata grazie al contributo ed alle ricerche del Prof. Paolo Amat di San Filippo.

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