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Charles Edwardes - La Sardegna e i Sardi

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Capitolo IV

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Era stata una giornata assai calda, a Cagliari, e la polvere assai fastidiosa. Cercando rifugio dal sole e dal sudiciume, entrai in un ristorante nuovo accanto al mare, le cui stanze offrivano una gradevole frescura. Dopo aver mangiato e bevuto, ebbi una discussione col cameriere in merito al costo del vino. Si trattava di cosa insignificante ma a me pareva di avere una certa dose di ragione. La cosa fu comunque divertente. A un certo punto, l'imputato si rivolse per la difesa ad un signore che mi sedeva accanto e, gesticolando, chiese aiuto per l'occasione. Il signore era inglese e subito esaminò la lista dei prezzi con una competenza che mi convinse della sua equità, nonostante la cosa volgesse a mio svantaggio. E così ci presentammo.

Ora, ringraziando la fortuna, Mr. M. era la persona migliore al mondo che in quel momento avessi potuto incontrare.

Avevo progettato di dirigermi verso le montagne della Barbagia. Mr. M. non era diretto proprio da quelle parti ma, comunque, in quei paraggi, seguendo un percorso che pochi stranieri conoscono. La descrizione della zona nella quale egli viveva (era il direttore di una miniera di antimonio), fu veramente accattivante. - Venite con me e avrete modo di vedere i Sardi così come erano duemila anni fa! A Cagliari sono ormai italianizzati, ma nel Sarrabus un italiano è ancora considerato un "continentale", vale a dire uno straniero ritenuto più un aggressore che un amico.

Non furono necessarie molte altre parole per convincermi ad accettare, anima e cuore, l'invito del mio amico e ci lasciammo con l'intesa che all'alba del mattino seguente ci si sarebbe incontrati alla biglietteria della decrepita diligenza verde che doveva portarci a cinquanta miglia dalla capitale. Dopo una sosta di alcuni giorni a San Vito, dove il mio amico abitava, mi sarebbe stato facile lasciare la strada maestra e dirigermi, attraverso le montagne, verso la valle del Flumendosa il quale, per la sua grandezza, è il secondo fiume della Sardegna.

(...)

Capitolo V

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Non esiste a San Vito una vera locanda ma, a seguito delle richieste insistenti del mio amico, un bottegaio del luogo si disse lieto di ospitarmi in casa sua per l'equivalente pagamento di un franco al giorno. L'uomo era continentale ma la moglie sarda, come chiaramente si intuiva dalla sua parlata e sarda come lei era la cordiale giovane domestica la quale, come molte delle sue coetanee, soffriva di fastidi agli occhi. Nonostante ciò, cercava in ogni modo di dirmi con lo sguardo e la parola il suo rammarico per il fatto che io non sapessi parlare il sardo.

Era una famiglia cortese e simpatica; la casa era linda e ordinata ed io pensavo che se tutti i Sardi fossero stati come loro, i tempi della barbarie si sarebbero detti scomparsi dalla Sardegna.

Talvolta, raggiungevo il mio amico nella sua casa che stava in altra zona di San Vito; era sposato e aveva una bambina che preferiva ciangottare in sardo piuttosto che in inglese. Sia lui che la moglie mi parlavano della loro vita solitaria, impediti da una distanza di cinquanta miglia dalla possibilità di incontrare persone inglesi. Vivevano in questo modo da circa due anni, imparando a conoscere il carattere dei Sardi attraverso un'esperienza non sempre piacevole.

Mr. M., sebbene fosse un ingegnere minerario competente, era già rimasto scottato una volta dalle miniere sarde in un'altra zona dell'Isola. Qui lavorava con maggiori speranze, fidando soltanto in se stesso. Per lui, la vita riservava ancora emozioni.

La miniera si trovava dietro una montagna che si poteva scorgere da San Vito. Era impresa faticosa anche per il suo cavallo andarci tutti i giorni. Ogni settimana si recava a Cagliari per respirare un'aria diversa. Per lui, tutto sommato, San Vito era sopportabile. Diversa la situazione per la povera Mrs. M., né sarebbe potuto essere altrimenti. Poche signore inglesi, per quanto in compagnia del marito e dei figli, potevano tollerare un simile esilio. Ciononostante, affrontava coraggiosamente la situazione, sebbene si lamentasse dei vicini e cercasse di convincere la sua bambina a parlare inglese, per rispetto nei miei confronti, invece dell'abituale dialetto sardo che le sue amiche le avevano insegnato. A farla breve, si erano proposti di lasciare San Vito per andare in montagna dove era in costruzione una casa in cima alla gola in cui stava la miniera.

(...)

Capitolo VI

Prima che Cristoforo Porcu ed io volgessimo i nostri passi verso le montagne, sento il dovere di riferire brevemente due piacevoli escursioni fatte da San Vito in compagnia di Mr. M.

Egli mi aveva detto che la sua miniera si trovava in un angolo molto pittoresco della zona e che, sebbene con molto rammarico fosse stato costretto a distruggere con l'esplosivo buona parte di quel luogo ameno, aveva fatto sì che il dirupo nel quale si trovava la miniera conservasse la sua bellezza. Di certo, la dinamite non ama le grazie della natura ma penso pure che quei carbonai abusivi che esercitano il loro sacrilego mestiere nel cuore delle foreste vergini della Sardegna, nei boschi di querce, sughere e ulivi, meritino lo stesso biasimo in quanto operatori di distruzione.

Cavalcammo per i viottoli di San Vito prima che il sole fosse tanto alto da darci fastidio. Il panorama circostante era splendido, quasi ci trasmetteva euforia. Era maggio avanzato, la stagione in cui i fiori rivaleggiano fra loro per bellezza. Le grosse siepi di agave su ambo i lati del sentiero, roveti e siepi di caprifoglio facevano da drappeggio alle vigne. Il grano nei campi sarebbe stato presto maturo. La chiara luminescenza mattutina del sole inondava orti e giardini di una luce ineffabile e si udiva l'allegro canto dei merli e dei fringuelli, quasi che anch'essi gioissero della bella giornata, così come accadeva a noi.

Dopo aver oltrepassato San Vito e i suoi giardini, giungemmo alla sponda del fiume e sul terreno sabbioso si riflettevano i raggi solari. Per circa un miglio procedemmo sull'argine meridionale finché giungemmo al guado. Vedemmo tante trote nelle acque semitrasparenti, col muso rivolto in direzione del mare. Un pesce morto galleggiava sul fiume ed era la testimonianza dell'esecrabile usanza dei minatori sardi di pescare con la dinamite anziché con la canna. Inutilmente Mr. M. e gli altri dirigenti della zona minacciavano di licenziamento coloro che usavano esplosivo. I Sardi sono gente ostinata.

Nei pressi del guado, venimmo a trovarci di fronte al lato ripido della montagna che dovevamo scalare. A nord-ovest, il Flumendosa faceva in lontananza una curva nella stretta vallata verde, fra cime alberate che degradavano dolcemente verso gli argini del corso d'acqua dove gli oleandri, carichi di fiori rossi, crescevano alti dieci piedi in rigogliosi boschetti. La scalata era ripida ed anche un po' pericolosa. Non dovevamo camminare su strade regolari ma seguire i sentieri che i minatori, e lo stesso Mr. M., avevano tracciato con grande fatica e con il ricorso alla dinamite.

(...)

Ci trovavamo a circa un migliaio di piedi al di sopra del fiume quando giungemmo ad un altopiano accidentato nel quale il sentiero zigzagava fra campi d'erba e poi, all'improvviso, si tuffava in un declivio scosceso, così come scoscesa era stata la nostra scalata. Avevo appena avuto il tempo di dare uno sguardo al profilo delle vette delle montagne ricche d'alberi che la nostra posizione elevata ben consentiva, quando vedemmo la "Brekker" (così si chiama la miniera di Mr. M.).

Era un precipizio nello squarcio della montagna, nella cui cavità scorreva un ruscello e si vedeva la macchia densa di ginepri, lavanda e cisto in mezzo ai quali si ergevano alti e robusti parecchi alberi. Impossibile non chiedersi come un cercatore di minerale potesse incappare in un luogo come questo per fare le sue ricerche ed ancora domandarsi come vi si sia potuto avventurare, sano e salvo, per compiere le proprie indagini.

Dalla cima del burrone vedemmo sotto di noi, a sette od ottocento piedi, gli uomini intenti nel loro lavoro, e le tre o quattro fenditure orizzontali della roccia attraverso le quali essi penetravano nel cuore della montagna. Non c'erano macchinari e quindi non c'era fumo che potesse sciupare il gioioso contrasto del bianco, del colore rossastro delle rocce e del verde della vegetazione. Ma attenzione! Laggiù, una nube di vapore vien fuori vorticosamente da una delle aperture. Si ode una detonazione che rimbomba da una parte all'altra della montagna e l'eco si moltiplica sempre più e rimbalza sull'imboccatura della forra. Si vedono gli uomini avvicinarsi alla voragine armati di piccone e scalpello. Il crollo avviene per la maggior parte nelle viscere della montagna e soltanto quando proprio non può essere evitato, Mr. M. consente la frantumazione di una falesia esterna o la demolizione di un pinnacolo di montagna.

Non è costoso iniziare in Sardegna l'attività mineraria. Il cercatore che ritenga di aver scoperto del minerale in quantità remunerativa ottiene una concessione, valida un anno, per saggiare il terreno. Allo scadere dell'anno, se l'ispettore governativo per le miniere ritiene soddisfacenti i risultati ottenuti dall'imprenditore, questi viene autorizzato a richiedere la concessione del terreno (che non può superare un acro di superficie) che gli viene accordata dal Consiglio di Stato per le miniere.

Neanche il proprietario del terreno, privato di ogni suo diritto dall'astuto speculatore, può impedirgli di chiedere il permesso di sfruttamento della miniera. Ovviamente viene ricompensato per i danni prodotti sulla superficie del terreno.

Se fosse persona in malafede o cinica, potrebbe consolarsi con la considerazione che una miniera su dieci non si dimostra redditizia ad essere lavorata.

Tale concessione costituisce, di fatto, un dono perpetuo per lo speculatore con la condizione che, se la miniera non viene lavorata per due anni di seguito, viene incamerata dallo Stato. In base alla legge del 1859, i diritti di sfruttamento dello Stato ammontano al cinque per cento sul valore complessivo del prodotto, incrementato di una tassa di due franchi per ogni centesima parte di acro della superficie concessa.

I metodi di lavorazione nelle miniere in Sardegna, ovviamente, variano di molto a seconda dello stato e della ricchezza della miniera stessa. Nella zona di Iglesias, nella quale nel lasso di diversi secoli sono stati estratti argento e piombo fin dai tempi dei Romani, vengono impiegate le tecniche meccaniche più moderne. Il minerale viene frantumato sul posto ed il metallo puro viene trasportato con una speciale ferrovia fino al vicino porto da dove le navi lo imbarcano quasi immediatamente per l'Inghilterra o per Genova.

Ma qui, alla "Brekker", per esempio, il lavoro vien compiuto tutto a mano (a parte il ricorso alla dinamite). I minatori usano martello e scalpello contro la dura matrice dell'orneblenda, seguendo la vena di antimonio (perché questo è il minerale che si trova nella "Brekker") sotto la direzione di Mr. M.

Il metallo è straordinariamente puro. Viene frantumato anche dai ragazzi così che, in definitiva, il minerale è pronto per esser trasportato allo stato puro dal momento che è stato lavorato soltanto manualmente. Viene quindi imballato, portato a dorso di mulo al porto più vicino di Muravera dove sosta per settimane finché un piccolo veliero trova convenienza a trasportarlo. Da qui parte per Cagliari e per l'Inghilterra.

(...)

L'era moderna delle miniere sarde ebbe inizio, all'incirca, più di vent'anni fa. Nel 1834, il valore dell'esportazione complessiva di minerali dall'Isola ammontava soltanto a 5878 lire mentre invece ora è di circa 200.000. Durante il decennio 1860-70, la Sardegna fu invasa da migliaia di ricercatori di ogni nazionalità. Più di una fortuna inglese andò a finir male in futili tentativi di realizzare grandi guadagni. Nei tredici mesi che vanno dal gennaio 1867 al marzo 1868, settecentocinquanta aspiranti richiesero permessi per l'estrazione di un solo minerale: la calamina. (...)

Ma quella follia passò ed ora, come ho detto, è un'eccezione trovare una miniera che a lavorarla assicuri lucro. Lo stesso Mr. M. non è molto ottimista sulla sua impresa. Le spese di lavorazione ammontano complessivamente a 200 lire mensili e l'antimonio che produce viene valutato mediamente 40 lire a tonnellata. Deve però individuare ogni giorno, con la stessa competenza di una brava padrona di casa, la vena giusta, la quale potrebbe trasformare la "perdita" in "profitto".

Nello stesso tempo, lungi dal venirgli in aiuto nella sua lotta contro la fortuna, il Comune proprietario del terreno (fino ad allora una cavità di montagna priva di valore) ha fatto in maniera fraudolenta una stima del medesimo che è veramente eccessiva.

I campi di orzo sopra la miniera, sui quali avevamo camminato, erano stati seminati e mietuti dalle autorità comunali quando seppero che Mr. M. stava saggiando la roccia nelle vicinanze. E così, quando, successivamente, egli presentò la richiesta di concessione, il Comune, da parte sua, dichiarò che il terreno era coltivato e che perciò aveva diritto ad una cospicua valutazione.

La nostra scalata fino in cima, talvolta saltando di roccia in roccia, talaltra afferrandoci ad un ramo di ginepro, fu impresa non facile. La miniera è ancora agli inizi. Quando Mrs. M. venne a vedere la forra dalla casetta posta in cima, non c'è dubbio che rimase impressionata. Per uno o due mesi, una residenza in un luogo simile era proprio invidiabile, solo che ci si stanca presto degli strapiombi e delle meraviglie della natura.

(...)

Il caposquadra era un sardo dalla mentalità progredita. Aveva accettato l'idea che l'Italia fosse un paese più rispettabile ed evoluto della sua terra natia e dunque le idee italiane e l'ordine riscuotevano il suo favore ma, conseguenza di questo, era la perdita di influenza morale sui veri Sardi che stavano ai suoi ordini. Questi lamentavano la sua mancanza di patriottismo e via dicendo. A dispetto di tutto, li aveva tutti sotto il proprio potere. Fra le altre sue caratteristiche aveva quella di essere assolutamente ateo. - Non credo in Dio né nel diavolo - diceva. Per questa ragione era restio a scusare i minatori che se ne erano andati alla chetichella per festeggiare la ricorrenza di un Santo. Era molto giovane ed i suoi occhi rivelavano intelligenza. C'era della potenzialità in lui ma chi può dire cosa potrà venirne fuori?

Tratto da CHARLES EDWARDES - La Sardegna e i Sardi, Ilisso Edizioni, Nuoro 2000

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