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Storia mineraria della Sardegna

La seconda metà del Settecento

I capitoli

Dopo la definitiva estromissione degli eredi del Mandell dall'impresa mineraria, in seguito alla sentenza definitiva della Reale Udienza che condannava il defunto console svedese, il governo sabaudo optò per un sistema di molteplici concessioni a privati. Le miniere, che spettavano di diritto al Regio Patrimonio, potevano essere concesse ai privati, escluse quelle particolarmente ricche in argento. Per tutte si stabilì che i lavori dovevano essere fatti a regola d'arte, seguiti da un Capo Minatore controllato da un perito del Regno. La galena doveva essere venduta alla fonderia di Villacidro, anch'essa patrimonio statale; solamente gli scavi più lontani furono autorizzati sia all'esportazione sia a dotarsi di fonderia propria. I concessionari potevano, previo il dovuto indennizzo, tagliare legna, aprire nuove strade o deviare corsi d'acqua; alla scadenza dei diritti tutto sarebbe ritornato al Regio Patrimonio.

In questo periodo i lavori si concentrarono nelle miniere della zona di Arbus e Guspini. La produzione di queste miniere andò, tuttavia, progressivamente diminuendo. L'alto numero di piccoli concessionari locali, e l'utilizzo da parte di questi del sistema già utilizzato dal Mandell di non pagare con moneta sonante i minatori, rendeva il sistema di sfruttamento altamente irrazionale, e causava frequenti interruzioni dei lavori.

Alla fine degli anni Ottanta i lavori di ricerca e sfruttamento non si concentrano più solo nell'Arburese e nell'Iglesiente, ma si estendono, seppure in misura relativamente sporadica, nel Sarrabus (Monte Narba) e in Ogliastra, in territorio di Villagrande Strisaili, dove per un breve periodo si lavorò attorno ad alcune interessanti mineralizzazioni ferrose.

A sovrintendere alle miniere sarde in questo periodo troviamo il sottotenente Cav. Belly. Questi si adoperò a una generale riorganizzazione dei lavori minerari, e si occupò prevalentemente della gestione diretta della fonderia di Villacidro. Suggerì, peraltro inutilmente, la realizzazione di una nuova struttura nei pressi di Domusnovas, presso la grotta di San Giovanni, località che vantava antiche tradizioni minerarie ed era dotata di acqua sufficiente per le operazioni richieste.

I prodotti della fonderia di Villacidro veniva venduto in loco ai fabbricanti di stoviglie e allo stabilimento di pallini da caccia di Cagliari. Il resto veniva esportato verso il mercato di Marsiglia.

Un'altra iniziativa del Belly fu l'utilizzo nei lavori minerari di un gruppo di forzati detenuti nel penitenziario di Villafranca nei pressi di Nizza. Il sovrintendente pensava così di risparmiare sui costi della manodopera (la paga assegnato a un carcerato ammontava al 40% rispetto al salario di un lavoratore libero), ma non aveva tenuto nel debito conto né la scarsa resa di una manodopera poco o nulla specializzata, né i costi di sorveglianza.

In questo periodo il settore attrasse l'interesse di alcuni uomini d'affari in massima parte locali. Tra il 1763 e gli inizi del secolo successivo, tra concessioni per ricerche e sfruttamento, compaiono una quarantina di autorizzazioni. La maggior parte dei concessionari era costituita da esperti del settore che avevano alle spalle soprattutto noti commercianti italiani e francesi che risiedevano solitamente nella capitale del Regno o a Cagliari.

Nel complesso, il bilancio dell'operato del Belly, che concluse il suo incarico nel 1791, fu ampiamente negativo, con risultati peggiori di quelli ottenuti dal Mandell.

  1. La Sardegna sotto i Savoia
  2. La concessione generale ai Nieddu e Durante
  3. La concessione generale a Carl Gustav Mandell
  4. La seconda metà del Settecento
  5. La gestione dell’avvocato Mameli (1759-1762)
  6. La gestione del Cav. Belly (1762 – 1791)
  7. Anni Trenta dell’Ottocento: le proposte dell’Ingegner Mameli

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