il logo di www.minieredisardegna.it

I sotterranei

Autore dell'intervista: Angelo Ferracuti

Scegli l'intervista

Sommario

L'Autore. Angelo Ferracuti è uno scrittore marchigiano (classe 1960) che ha all'attivo due romanzi (Nafta e Attenti al cane) una raccolta di racconti e di testi teatrali. Su di lui puoi vedere la pagina che gli dedica www.gialloweb.net [link a un sito esterno].

L'intervista. I sotterranei è la cronaca di una intervista. Sullo sfondo della tragedia di Marcinelle e delle condizioni infami in cui vi lavoravano i minatori, viene raccontata la vita di Lucio Parrotto, ex minatore pugliese.


Sapevo che Gregorio Palamà mi avrebbe parlato di miniere e cunicoli. Come tanti giovani di Racale, un paesino della Puglia a un tiro di schioppo da Gallipoli, emigrò giovanissimo in Belgio, negli anni '50, per sfuggire alla mediocrità di una vita fatta di fatica e povertà. Ma solo dopo sei mesi se ne tornò al paese. "Meglio il lavoro duro di agricoltore che la miniera" mi ha detto durante una delle nostre cene, "perché i minatori crepavano tutti di silicosi".

Poi è successo che una mattina ho scorso un manifesto vicino a quelli funerari. C'era scritto: "Il Sindaco e l'Amministrazione Comunale di Racale, in occasione della Giornata nazionale del lavoro italiano nel mondo, ricorda il sacrificio dei morti concittadini: Bruno Pompeo, Corvaglia Roberto, Santantonio Agostino, Santantonio Donato, Venneri Vito, Vita Rocco."

Per giorni non si è parlato più di miniere, solo Gregorio una mattina ha ripreso a raccontarmi di quando andava sottoterra. Lui non aveva lavorato a Marcinelle, ma in un'altra località del Belgio; infatti, dopo l'accordo tra i due stati, che prevedeva 200 chili al giorno di carbone all'Italia per ogni nostro operaio andato a lavorare da quelle parti, molti giovani come lui erano espatriati.

La prima volta che avevo sentito nominare quel luogo mi aveva fatto tornare alla memoria solo una brutta storia di pedofilia, e Marc Dutroux, con quella faccia da demente e i baffetti alla messicana, proprio lui, il mostro di Marcinelle. Tra le sue vittime c'era stata anche Melissa Russo, una bambina di otto anni figlia di un emigrato, deceduta per fame e sete nel suo lurido nascondiglio.

Ma un altro evento luttuoso ha segnato la storia di quella città, che una volta era un sobborgo operaio, tra Bruxelles, Lille e le Ardenne. Successe all'alba dell'8 Agosto del 1956, quasi mezzo secolo fa, quando nella miniera di Saint-Charles un carrello impazzito uscì dalle guide e andò a esplodere sui cavi elettrici dell'alta tensione. Divampò un incendio pazzesco che si sprigionò nelle gallerie dove erano al lavoro i minatori liberando fumi tossici. Quel giorno maledetto 275 uomini erano scesi nei sotterranei e 262 di loro morirono come topi, soffocati dalle esalazioni di gas. 139 erano italiani. Solo sette riuscirono a salvarsi.

Il 9 Agosto il giovane cronista Dino Buzzati scriveva sul Nuovo Corriere della Sera: "Provate, con l'immaginazione, a figurarvi quei 139 minatori italiani tutti in fila e dietro di loro le 139 famiglie, padri, madri, mogli, figli, fratelli. Quanti saranno? È come un paese intero, e neanche dei più piccoli. Queste centinaia, forse migliaia di creature, questa comunità di gente che parla come noi e ha facce simili alle nostre, è piombata in un'angoscia senza nome."

Poi, nei giorni seguenti, ho incontrato un certo Corvaglia, figlio di una delle vittime di Marcinelle. Quando mi accolse nella sua casa di Torre Suda, cominciò a parlar male "dello Stato", quello italiano, naturalmente, che non aveva fatto niente per le famiglie dei nostri minatori, e invece disse un gran bene di quello belga. Adesso avevano problemi anche con le pensioni. Continuò a dire incattivito: "lo stato italiano s'è ricordato di noi solo nel '93, quando un ministro ha deciso di tassare le nostre pensioni". Comunque, mi fece capire che non ne sapeva molto di quella storia, aveva solo quattro anni quando suo padre Roberto perse la vita nelle viscere della miniera. "L'unico che sa tutto è un minatore di Casarano, si chiama Lucio Parrotto" raccontò a me e al fotografo Ennio Brilli. "Pensi, s'è persino portato a casa gli elmetti e i carrelli dal Belgio, e ha messo in piedi una specie di museo." Suggerì anche dove potevamo rintracciarlo: "abita qua vicino, chiedete alla Pro-Loco di Racale, oppure andate verso Ugento, lo sapete dov'è, no? Dopo Ugento c'è Melissano, e immediatamente dopo Casarano, sulle murge, forse uno degli ultimi luoghi veramente contadini della Puglia."

A Casarano io ed Ennio siamo andati un pomeriggio. Avevamo delle indicazioni di massima, ma è bastato chiedere a una sola persona, il proprietario di una tabaccheria del centro, fare il nome di Lucio Parrotto, che subito abbiamo avuto l'indicazione giusta: via Francesco Antonio Astore 5. E proprio arrivati in questa viuzza lunga cinquanta metri ci siamo imbattuti in una specie di taverna, e fuori, proprio sopra all'ingresso, risaltava una insegna a colori con scritto "Circolo dell'Emigrante" e "Il Piccolo Museo del Paese nero", tutto scritto in italiano, francese e fiammingo, e ancora sotto le foto che scandivano l'arco di una stessa memoria, tutte rigidamente biancoenero: 23-6-1946 Accordo Italia-Belgio, emigranti alla stazione di Milano; la miniera di Marcinelle; I funerali di Marcinelle. Dentro, nel salone rabbuiato, trovammo sei o sette tavolini occupati da vecchi pensionati che bevevano birra e vino rosso, alla tv scorrevano le immagini delle olimpiadi di Atene, atleti che correvano e telecronisti che commentavano.

Appena varcammo la soglia del circolo ci venne incontro un uomo di media statura, tutto vestito di nero, camicia e pantaloni, capelli bianchi e lucidi, due occhi sveglissimi e l'aria da capopolo: "buonasera, chi siete voi?" Ci presentammo. "Piacere" disse lui stringendoci la mano con calore, "sono Lucio Parrotto." Si capiva che era lui il padrone della situazione. Non perché fosse un tipo autoritario, ma solo in quanto tutti lo rispettavano e avevano stima di lui. "Venite, venite" ci fece, e poi ci sedemmo intorno all'ultimo tavolo in fondo al locale. Davanti a noi, addossato alla parete un carrello di miniera con sopra un piccone, sul soffitto vedemmo disegni di rotaie, e di lato al carrello la scritta piuttosto funeraria: "dal 1946 al 1963 nelle miniere belghe sono morti 867 italiani".

Cominciò subito a parlare: "Avevo ventun anni quando sono partito. Ho lasciato il paese per la fame, la miseria. In quel periodo, si leggeva qualche manifesto di reclutamento di personale per le miniere del Belgio, così decisi di fare la domanda."

Vicino a noi, in un altro tavolo, stava seduto un vecchietto magro magro in canottiera che aveva l'aria di aver bevuto troppo, lo soprannominammo "il vecchio Bill". Guardava fisso verso il vuoto, e s'alzò solo alla fine, spiritato, trovando la forza meccanica per stringerci la mano. Agli altri tavoli vecchi con le birre in mano e le sigarette fumanti, alcuni con gli occhi rivolti verso la tv. Sulla sinistra c'era una specie di cucinetta dove Lucio di tanto in tanto controllava delle pentole che stavano sui fornelli accesi. Chi andava a prelevare roba da bere in un vecchio frigo che stava pure là dentro, subito dopo metteva le monete in una scatola di vetro sopra il carrello.

Era tutta roba sua, ci tenne a precisare. I quadri, gli oggetti, la memoria che ci veniva incontro in modo frastornante. Non sapevamo più cosa e dove guardare, a quale di quegli oggetti e volti dare la precedenza.

"Per il lavoro in miniera bisognava essere dichiarati idonei da quattro medici che visitavano i futuri minatori. La prima la feci a Casarano, la seconda a Gallipoli, una alla caserma Sant'Ambrogio di Milano, dove ho mangiato veramente, e l'ultima in territorio belga. Il viaggio lo pagava lo stato italiano. Gli idonei partivano subito. Ho visto ragazzi come me piangere disperati perché erano stati scartati e dovevano tornarsene a casa." Ci mise tre giorni da Milano ad arrivare in Belgio, nei treni con gli scompartimenti di legno, quelli di terza classe, i più spartani ed economici di tutti.

Mentre Parrotto stava parlando arrivò un tipo grassoccio dagli occhi azzurrissimi, dicendoci: "che bevete? Posso offrire una birra?" Certo, gli feci, e i peroncini ghiacciati un attimo dopo erano già sul nostro tavolo, stappati prontamente da lui. "Grazie" accennai in segno di riconoscenza, "molto gentile". Lui, che di birrette doveva aversene già bevute diverse, rispose tutto serio: "figuriamoci, tra noi italiani!"

Il racconto di Lucio fu molto lineare, chissà quante volte aveva raccontato le stesse identiche cose. Succede così ai testimoni, diventano delle specie di attori viventi. La stessa cosa accade ai reduci di guerra, agli internati nei campi di concentramento e ai testimoni dei processi.

Suo fratello morì di silicosi, gli bastarono due anni e mezzo di miniera per ammalarsi, era pieno di polvere nei polmoni. Ne aveva visti tanti morire in quel modo nei trenta passati sottoterra, e ancora resisteva, seppure adesso camminava con difficoltà e aveva il fiatone. Mi confessò che una volta, in Belgio, un giorno aveva marcato visita, e il responso dello specialista era stato severissimo: "Parrotto, mi dispiace, non hai polvere abbastanza nei polmoni, devi andare a lavorare."

Igor Man, il grande giornalista, tornò a Marcinelle alla metà degli anni sessanta come inviato de La stampa, su sollecitazione dell'allora direttore Giulio De Benedetti. Nell'articolo che scrisse parlò di cose molto utili a comprendere quale fosse ancora in quegli anni la vita dei sotterranei: "È fatica antica" scriveva, "la loro, sempre la stessa; nella miniera di Marcinelle non ci sono macchine. Coricati sul fianco, o supini, aggrediscono la vena carbonifera con il sussultante calcio della pistola pneumatica premuto contro il ventre. Aperto il primo varco s'aiutano con la pala, con le mani. Compiuti cinquanta sessanta metri d'avanzamento, spostano lo scivolo, abbattono i puntelli nello spazio già sfruttato, piantandone altri contro la bassa volta su cui premono millecento metri di roccia. I minatori lavorano a cottimo, facendo in media tre tonnellate di carbone al giorno ciascuno e ce ne sono capaci di cavarne quindici. Quasi tutti sono sposati con figli. Ma sono silicotici da anni. Non esiste esperienza che possa aiutarli: può schiacciarli in qualsiasi momento il peso della montagna, può investirli, uccidendoli, un getto d'acqua o di gas. Sono soli nel cuore della terra" concludeva di scrivere la sua penna sensibile.

Vidi delle foto appese alle pareti del piccolo locale umidiccio, una mostrava il fisico giovane e muscoloso di Luigi Mazzei, di Parabita, un paese qua vicino. Non c'entrava niente con Marcinelle, ma la sua storia era altrettanto tragica.

"Adesso ve la racconto" disse Lucio, mettendosi in posa davanti alla foto dell'amico: "perché è una storia che mi porto dentro da anni". Ci mostrò il ritratto, e con una fierezza fuori dal comune, commuovendosi più volte, raccontò di questo fatto accaduto il 4 novembre del 1970. "Eravamo in sei: Medina, uno spagnolo, Vittorio, friulano, Luigi e Micelle, abruzzesi, Luigi ed io, salentini. Lavoravamo al nostro cunicolo lungo 200 metri ed alto solo 60 centimetri. Ci trovavamo 875 metri sotto la superficie e, come ogni giorno, tra le 10 e le 10,15 avevamo la possibilità di consumare un pezzo di pane in galleria, fuori dal cunicolo lungo il quale si seguiva la vena del carbone."

Mentre Lucio stava parlando con noi, si avvicinava di tanto in tanto qualche socio del circolo che voleva dire la sua, altri vociavano dando fastidio, allora lui alzava bonariamente la voce dicendo: "Antò, statte zitto, per favore!" E poco dopo le chiacchiere scemavano, tanto che poteva tranquillamente riprendere da dove aveva lasciato. "Si scendeva anche fino a 1800 metri sotto terra" confessò. "Fino a 450 metri si poteva ancora stare bene, ma una volta oltrepassati i 500 di profondità allora si iniziavano ad avere 40, 42, anche 46 gradi centigradi di temperatura, e ti sentivi soffocare. Si lavorava nudi, era tanto il calore laggiù a quelle profondità che anche a stare nudi si sudava da impazzire. A volte, superati i mille metri, quando il caldo era infernale, ci sfilavamo le mutande, le strizzavamo, e le indossavamo nuovamente."

La ricerca cieca del profitto faceva sì che gli ingegneri comandati a organizzare il lavoro in miniera non esitassero a mandare degli uomini a strisciare come serpi nei cunicoli alti trenta centimetri. "Ci pagavano in base al lavoro portato a termine, così il mio amico Luigi Mazzeo, decise di mangiare continuando a lavorare per cercare di finire la giornata con mezzo metro in più di lavoro ultimato. Lavoravamo in una zona molto pericolosa. Così, mentre stavamo mangiando sentimmo un crollo, e subito capimmo quello che era successo. Corremmo tutti insieme verso il cunicolo dove stavamo prima e trovammo il povero Mazzeo sepolto sotto un mucchio di rocce. Però, malgrado fossimo cinque uomini robusti, e nonostante l'impegno che ci mettemmo, non riuscimmo a liberarlo dall'enorme quantità di massi che gli opprimevano il corpo. Lui urlava, chiedeva aiuto, e noi non potevamo fare niente. Era straziante vederlo morire sotto i nostri occhi. Allora, gli presi istintivamente con le mani la testa, e lui, prima di morire, mi disse solo: "salutami i miei figli, poveri figli miei". Poi smise di respirare. Aveva cinque figli, di 10, 8, 6, 4 e 2 anni" mi disse ancora commosso Lucio, "cinque figli. E adesso chi glielo va a dire a sua moglie?" pensò lui in quel momento.

Il Circolo dell'emigrante intanto si riempì di gente, entrò un uomo basso e tracagnotto, dall'aria dignitosamente ubriaca, e dietro di lui un giovane con un cuore tatuato sul braccio, che il suo amico ci presentò come il Vallanzasca, "un vero criminale" disse. Invece quel tipo aveva gli occhi dolci, e non si capiva per quale strano motivo fosse in compagnia di quei vecchi signori.

"Anche io", continuò Lucio, "sono sopravvissuto a un incidente. La mattina uscivamo dalle nostre baracche degli ex campi di concentramento nazisti, trattati come i nordafricani di adesso, quasi come bestie, nelle quali dormivamo in decine, per andare a lavorare e al ritorno, la sera, spesso mancava qualcuno." Poi si fermò, cercò di riprendere il respiro, ma subito dopo proseguì pieno di slancio, per non dimenticare niente: "quasi tutti i minatori hanno resistito solo pochi anni. Facilmente si perdeva il coraggio di scendere giù, soprattutto dopo aver conosciuto da vicino la morte. Il 5 ottobre del 1978 sono rimasto sotterrato da una frana in un cunicolo nel quale stavo lavorando e che era alto solo sessanta centimetri. Mi ha tirato fuori un marocchino, dieci ore dopo, e per tutta la notte, ormai, mi ero abituato all'idea di dover morire."

Di questa storia lessi una dichiarazione di sua moglie Angela, bresciana e figlia di un minatore, in un articolo di giornale appeso a una parete del circolo, sposata sedicenne previo permesso speciale dei genitori: "riportò ben tre fratture del bacino, la rottura di tre costole, lesioni ai due menischi e varie escoriazioni."

Poi gli era presa la fissa del museo, per ricordare quelli di Marcinelle, ma anche la sua vita e quella di tanti compagni. "Ho iniziato a mettere da parte ogni cosa" riferì mentre stavamo bevendo credo il terzo peroncino, ed Ennio stava fotografando tutti i vecchi emigranti che si mettevano in posa senza problemi. "Compravo vecchie lanterne, elmetti, picconi, persino alcuni carrelli. Poi, quando riuscivo a trovare un camion disponibile, li portavo in Italia." Ma per fare un museo ci voleva uno spazio, e tanti soldi. Così, tornato a Casarano, ottenne dal Comune la concessione del locale dove ci trovavamo. "Ma la roba era tanta, non sapevo più dove metterla" continuò, "così adesso mi hanno dato un locale ancora più grande, e pian piano la sto sistemando."

"Ma non è finita" mi fece sorridente. "Volevo fare il monumento, il monumento al minatore, certo. E con l'aiuto di tutti gli ex lavoratori delle miniere e delle istituzioni locali adesso c'è. Però lo volevo vicino all'ospedale, e quelli del Comune mi avevano concesso un altro spazio. Noi minatori siamo malati di silicosi dicevo agli assessori, ai tecnici, tutti destinati a finire all'ospedale."

Si era fatto tardi. Cominciammo a salutare. Tutti venivano a stringerci la mano, così tornammo verso la macchina. Lucio camminava piano, ci chiese di aspettare. In auto mi parlò ancora delle miniere e del Belgio, come un fiume in piena. Disse che lui era stato fortunato, anche perché aveva fatto una vita regolare. "C'erano certi minatori che dopo il turno non facevano neanche ritorno a casa, poveracci. Restavano tutta la notte nei bar, dove mangiavano un boccone e si sbronzavano fino all'alba. Poi, ancora mezzi intontiti, tornavano a lavorare nei cunicoli. Sono morti tutti giovani" mi disse ancora, girandosi verso di me che stavo sul sedile posteriore dell'auto di Ennio.

Quando raggiungemmo questa zona nella periferia di Casarano, scoprimmo che il monumento era davvero dove lo aveva voluto costruire lui, proprio dietro al parcheggio della clinica. La dedica solenne recitava: "alla memoria dei minatori salentini morti in Belgio nel 40° anniversario: 1956-1996", e sotto c'era scritto: "per volontà di Lucio Parrotto, con il contributo delle famiglie dei minatori." In alto, sopra un muretto di cemento, la statua bronzea di un minatore inginocchiato, in mano il martello pneumatico, preso a scavare nella roccia. E su un lato, di poco distanziato, un carrello, proprio uno di quelli che lui s'è portato dietro dal Belgio con i suoi camion rimediati all'ultimo momento.

Ma la storia di Lucio ha almeno due buchi neri, due ferite difficili da rimarginare. Dopo il matrimonio nacquero Bibiana e Pierina, che però morì lo stesso anno, nel 1967, a causa di una embolia. Come tutti i veri emigranti, lui e sua moglie portarono il corpicino in Italia per la sepoltura, dopo un lungo viaggio straziante.

Fortunatamente però l'anno seguente arrivò Antonio, poi Pierino, e infine, nel 1972, Maria Teresa. Ma il colpo più tremendo, quello che lo ha fiaccato più del lavoro in miniera e della silicosi, è stata la morte di Bibiana, la figlia primogenita.

Capitò nel 1973. Lucio e sua moglie stavano in vacanza con tutta la famiglia a Casarano. Era stato un anno difficile, i ragazzini dopo la scuola avevano anche bisogno di svagarsi, e poi c'era la casa in costruzione. Tanto che per otto lunghi giorni, insieme a suo padre, non aveva mai smesso di darsi da fare. "Dovevamo portare avanti i lavori, non potevo fermarmi. Così, dopo un anno passato in miniera, ripresi gli arnesi da muratore e continuai a sgobbare per otto giorni."

Le ferie passarono in fretta, e il 23 luglio di quell'anno sfortunato Lucio cominciò a preparare le valigie e a caricare la macchina. Era tutto pronto per la partenza. Come molte famiglie di emigranti che si incontrano lungo le nostre autostrade, le macchine stipate di valigie e di ortaggi, di bottiglie di vino e salumi, si misero in marcia.

All'inizio filò tutto liscio. Dietro Pierino, Antonio, Maria Teresa e Bibiana, davanti Lucio al volante della vecchia utilitaria e a fianco sua moglie. Le solite cose che accadono in viaggio a tutte le famiglie. I bambini che litigano, uno che ha mal di stomaco e che minaccia di vomitare, i discorsi che fanno gli adulti, la piccola amarezza di dover tornare lontano da casa, e poi chissà quante altre cose, dimenticate quasi subito dopo averle pensate.

Stava andando tutto bene come sempre. "Solo, arrivati ad Arracout in Francia" mi confidò, "incontrammo una zona molto fredda. Non volevo che i bambini si raffreddassero, così pensai di accendere il riscaldamento e chiudere in fretta tutti i finestrini." Sembrava andare meglio dopo quel semplice accorgimento. "Li vedevo più tranquilli."

"Ho fatto bene", doveva aver pensato Lucio mentre guidava. Al calduccio avrebbero persino preso sonno. L'auto andava a una discreta velocità, e sua moglie dormiva già. Poi il buio, il sonno, il tonfo assordante dell'urto, il brusco risveglio. Era andato a sbattere con il muso della macchina su due vetture della gendarmeria francese parcheggiate vicino a una caserma, per poi schizzare dentro un canale adiacente. Subito dopo Lucio sentì i bambini che urlavano disperati, cercando di liberarsi, e vide i poliziotti francesi che correvano in loro soccorso.

"Per timore che l'auto prendesse fuoco, cominciai a tirare fuori i bambini dall'abitacolo con tutte le forze che avevo. Ancora piangevano, pieni di paura in volto. Allora acchiappai Antonio, Pierino e Maria Teresa, poi, quando andai a prendere Bibiana, mi accorsi che non respirava più. Cristo, era morta. Aveva urtato con la testa sulla carrozzeria e adesso non dava più segni di vita. Eravamo disperati. Furono momenti terribili. I gendarmi continuavano a dirmi cosa volevo fare della bambina, ma io non sapevo cosa rispondere."

Mi confessò che era talmente disperato quasi da dispiacersi di non essere morto sul colpo insieme a sua figlia, durante l'incidente. Poi parlò con sua moglie, e insieme decisero che avrebbero portato la bambina in Italia. Anche Bibiana come Pierina. Ma quelli delle pompe funebri chiedevano una cifra impossibile per gente come loro, e inoltre volevano essere pagati in anticipo. Allora Lucio decise che sua moglie e i bambini avrebbero proseguito in treno verso il Belgio, mentre lui sarebbe rimasto in Francia con Bibiana. "Mi aiutarono molto il parroco di quel paese e due ragazze che girarono tra gli abitanti per fare una colletta."

La morte della bambina si venne subito a sapere in Belgio, soprattutto nell'ambiente dei minatori, ci fu una corsa alla solidarietà, così sua moglie poté tornare in Francia, pagare l'agenzia e ripartire con Lucio verso Casarano.

Ho visto la foto di Bibiana. Era una bambina bionda, mostrava un sorriso discreto, gentile, e aveva la bocca grande. Cosa si può sapere della vita a quell'età? Ci si aspetta sempre il meglio. Si desidera, si spera. Guardandola, ho pensato a quello che dicevano tante volte i vecchi della mia famiglia: la cosa più terribile che può capitare a un padre è seppellire suo figlio.

  1. I sotterranei

home -- mappa -- chi siamo -- contatti
le miniere -- il parco -- la storia -- link
le interviste -- i minierabondi -- precauzioni
libri e miniere